Forum i2a

Benvenuto nella piattaforma di discussione promossa da i2a istituto internazionale di architettura in collaborazione con gli studenti della facoltà di architettura d'interni della SUPSI. L'istituto si pone l’obiettivo di promuovere il dibattito pubblico su temi di sviluppo urbano e territoriale di attualità e portare un contributo marcante alla divulgazione nell’ambito dell’architettura. Qui hai la possibilità di condividere il tuo pensiero su tutti questi temi.

Alberto Caruso, architetto

caruso i2a va in città

Il mio compito è di indicare brevemente quali sono le ragioni per cui la FAS ha deciso di promuovere questo convegno e per ottenere quale risultato.
Vogliamo qui dichiarare la nostra consapevolezza della condizione territoriale che caratterizza oggi il Ticino. E vogliamo illustrare la nostra convinzione della centralità del progetto spaziale tra i diversi strumenti (pianificatori, normativi, fiscali, ecc.) da mettere in atto per riscattare questa condizione e per stabilire regole nuove e orientamenti nuovi.

Da alcuni decenni assistiamo all’edificazione dispersa e diffusa dei fondovalle con abitazioni a bassa densità e attività artigianali e infrastrutture diverse.
Paolo Fumagalli, un grande conoscitore del territorio ticinese, l’ha definita (nel Diario, pubblicato nel numero di Archi che è in distribuzione in queste ore) un’apocalisse architettonica, dove il disordine urbanistico si somma ad una squallida banalità architettonica, dove strade senza senso e senza spazio supportano un ventaglio di edifici costruito secondo un catalogo illimitato di materiali…
Non si tratta solo di una questione ambientale, della compromissione irreversibile della bellezza e del carattere del paesaggio ticinese, si tratta di un gigantesco spreco di risorse energetiche.
Dal 1950 ad oggi, in Ticino il consumo di energia si è decuplicato, e lo stesso vale per le emissioni di CO2. La prima voce sono i trasporti, ma la seconda (pari a circa il 30%) sono gli impianti di riscaldamento degli edifici. La dispersione insediativa e la bassa densità sono il fattore determinante di questo spreco. E poi lo spreco delle reti di urbanizzazione, i loro costi enormi di realizzazione e di gestione. E i trasporti tra casa e lavoro, sia privati che pubblici. E infine la riduzione della solidarietà sociale, il frantumarsi e il venir meno delle ragioni stesse dell’essere società.
Questo modello di sviluppo è irragionevole e insopportabile. Irragionevole perché sul piano razionale è indifendibile. Insopportabile perché ormai i suoi costi riversati sull’intera comunità non sono più sopportabili.
La direzione imboccata dalla Confederazione a livello culturale e politico è un’altra ed è opposta. La graduale uscita dall’energia nucleare comporta lo sviluppo su grande scala delle fonti energetiche rinnovabili. Ma, come è possibile andare in questa direzione se al contempo continuiamo a sprecare territorio, ad allungare le reti, a moltiplicare e allontanare tra loro i punti che generano la domanda di consumo?

Negli anni ’70, una fase di sviluppo economico ha provocato un considerevole incremento e distribuzione della ricchezza. Nuovi ceti benestanti, una nuova e giovane borghesia ha scelto di abitare fuori dalle città, in abitazioni isolate, a contatto con la natura. Questo modello – che è stato interpretato magistralmente dagli architetti che in quegli anni hanno reso famoso il Ticino in tutt’Europa – è stato poi fatto proprio da tutti gli strati sociali. Le piccole città sono rimaste piccole, mentre il territorio collinare e di pianura si è riempito di costruzioni, con mille progetti di case e nessun progetto urbanistico.
E’ avvenuta una graduale omologazione con le aree confinanti metropolitane del varesotto e del comasco.

E i progetti esemplari e le idee e il pensiero di Luigi Snozzi o di Aurelio Galletti, riprodotti in tante lingue e discussi in tante università, non hanno indotto modifiche a questi processi, o provocato movimenti di segno contrario? Questa è una contraddizione importante. La questione è allora prima di tutto culturale, profondamente culturale.
Alla tensione individualista così diffusa nella società, e così alimentata dalla inadeguatezza del patrimonio edilizio delle città – rispetto a legittime esigenze nuove, attese nuove, di privatezza e autonomia dell’alloggio, di innovazione tecnica, di isolamento dal traffico e di relazione con il verde – non siamo stati capaci (tutti noi, architetti, ingegneri, pianificatori, economisti, politici cantonali e comunali, ognuno con il proprio livello di responsabilità) di offrire alternative all’edificazione diffusa e incontrollata, all’uso liberista del territorio, alla frammentazione dei progetti, uno per ogni soggetto abitante.

L’utilizzazione edilizia del territorio è irreversibile, e modifica il paesaggio di tutti, il paesaggio pubblico. Paulo Mendes da Rocha ha scritto: non esiste lo spazio privato, bensì gradi diversi di spazio pubblico.
In Ticino la proprietà è molto frazionata, la domanda di abitazioni si presenta perlopiù individualmente sul mercato, gli studi di progettazione sono anch’essi molto piccoli e così pure le imprese: tutto il sistema sembra trascinare verso un’offerta frantumata come la domanda.
Ma – e qui si presenta la seconda contraddizione – l’insegnamento dei maestri ha segnato la formazione culturale degli architetti, cosicché i progetti più colti e consapevoli, anche se molto piccoli, cercano relazioni con il contesto, occasioni per fare sistema, dichiarano di voler fare città, intendendo la città come la forma più evoluta di abitazione, anche se le condizioni oggettive non lo consentono. E’ una forma di frustrazione del progetto, che non trova, o trova molto raramente la dimensione spaziale necessaria per realizzare abitazioni che riescono a coniugare la densità e la socialità con l’autonomia e la privatezza.

Luigi Snozzi a Montecarasso ha realizzato un piano esemplare, dimostrando che è possibile densificare aumentando e non penalizzando il confort delle abitazioni. Ci chiediamo: perché questa lezione non è stata fatta propria da altri Comuni? Sembra fondamentale, evidentemente, dopo molti anni, un investimento continuo in ricerca, una elaborazione più complessa di quel caso esemplare, per adeguarlo a condizioni diverse, a scale diverse. (…)

Aurelio Galfetti ha insegnato e teorizzato sui modi di intervenire nella città diffusa, invitando a rinunciare ai modelli storici, alla riproposizione delle morfologie dei nuclei antichi, ha insegnato a non rifiutare le ragioni di coloro che hanno abbandonato le città e colonizzato le campagne, a capirle e a tradurle in risposte diverse, ha indicato gli spazi pubblici come strumento principale di intervento, intorno ai quali realizzare nuove densità. Galfetti ha scritto che è un errore dividere il territorio abitato in città vera (quella consolidata e stratificata nel tempo) e periferia, intendendo la prima come positiva e la seconda come una sua degenerazione. La periferia è la città nuova, per cambiarla bisogna assumerne le ragioni. Ma, ci chiediamo: quanti esempi si sono realizzati sul territorio di progetti che vanno in questa direzione? Quanti nuovi insediamenti che riscattano pezzi di città diffusa, proponendo nuove tipologie abitative e nuove aggregazioni?

Abbiamo capito che la densificazione non è sufficiente, altrimenti basterebbe una legge che aumenta tutte le densità, e sarebbe un disastro. Abbiamo capito che è necessario un progetto di densificazione, che è necessario creare le condizioni culturali – e poi pianificatorie e normative – per progettare spazialmente a grande scala. L’obiettivo non è un territorio abitato da mille piccole case, ognuna progettata in modo eccellente, e magari energeticamente sostenibile, il cui insieme sia frutto del caso e della frammentazione fondiaria, né sono sufficienti le soluzioni che prevedono l’avvicinamento tra loro di queste mille singole piccole case, di questi mille singoli progetti – la densificazione puramente quantitativa.
D’altra parte non vogliamo riproporre il dibattito europeo degli anni ’70, la contrapposizione tra piano e progetto, tra pianificazione e progetto di architettura. Siamo consapevoli che è necessario un quadro generale di regole e un progetto generale di infrastrutture. Rivendichiamo che questa pianificazione sia organizzata con il contributo della cultura architettonica. Cioè con criteri che tengano conto dello spazio e che, per esempio, non prevedano nuovi spazi pubblici in sedimi residui di aree edificabili, oppure che, per esempio, comportino l’uso estensivo di strumenti di pianificazione intermedi, Piani di Quartiere, Piani Particolareggiati, strumenti che consentono di progettare a scala maggiore.
E, lo vogliamo sottolineare, siamo consapevoli che è il progetto delle infrastrutture che stabilisce la direzione e la forma dello sviluppo. Per questo il progetto infrastrutturale deve essere oggetto, anch’esso, di un disegno di spazio, deve essere messo in relazione con gli altri fenomeni insediativi, come ci hanno insegnato le opere di Rino Tami.

Infine, c’è il livello decisivo della politica.
A questo punto, per parlare di politica, è necessario riflettere brevemente sulle nostre responsabilità di cittadini architetti.
E’ innegabile il fatto che molti di noi hanno la responsabilità di avere assecondato questo modello di sviluppo. Il tema non va limitato a questo, sarebbe scioccamente moralista. La questione è che, pur essendo consapevoli, non abbiamo promosso il dibattito pubblico, non vi abbiamo partecipato, siamo andati ognuno per se, abbiamo considerato l’impegno politico con distacco aristocratico, con fastidio. Poche e singole voci si sono sollevate pubblicamente, per lo più di architetti anziani. I più giovani sono rimasti in silenzio. La FAS, nel suo piccolo, ha sempre detto la sua, ma non basta certamente.
E’ questa autocritica esplicita, credo, che legittima l’appello di oggi, la nostra rivendicazione del progetto di spazio come strumento principe di intervento, l’esigenza di riconquistare la cultura dello spazio pubblico.

Tornando alla politica, la legge federale di revisione della LPT (Legge sulla Pianificazione del Territorio) è una misura di grande portata per il territorio, e la FAS è impegnata a sostenerla ed a sostenere la sua attuazione cantonale nel modo più rigoroso. Essa va nella direzione di contenere la rendita fondiaria provocata dalla pianificazione, una direzione che ci sembra importante perché i progetti di interesse pubblico siano attuati pienamente e i Comuni possano governare il loro territorio con gli strumenti giuridici
necessari.
– Non espandere l’edificazione prima di avere saturato le aree già edificabili.
– Promuovere l’uso delle superfici edificabili inutilizzate.
– Tassare il vantaggio edificatorio, riutilizzando le risorse per compensare chi è stato penalizzato e per realizzare gli spazi pubblici.
– Ridurre le aree edificabili sovradimensionate rispetto al fabbisogno.
– Ricomporre le particelle fondiarie per consentire progetti di scala superiore.
Questi sono un insieme di provvedimenti che, se attuati con rigore, possono effettivamente mutare le condizioni generali, contribuire a modificare la tendenza.

Rimane, al fondo, il problema culturale e l’impegno nella ricerca di soluzioni progettuali nuove e convincenti, anche guardando alle altre regioni e agli altri paesi, che hanno già vissuto questa condizione, spesso alcuni decenni prima. I sette progetti che vedrete* sono contributi diversi alla soluzione del grande tema territoriale. Solo una ristretta minoranza dei sette progetti sono mandati professionali, e hanno qualche probabilità di essere attuati. Gli altri sono ricerche e proposte culturali. Tutti insieme indicano gli orientamenti e la direzione nella quale vogliamo muoverci.

*Il testo fa riferimento ai sette progetti presentati durante il convegno. Per maggiori informazioni cliccare qui

Alberto Caruso, architetto